È stata
pubblicata da tutti gli organi di informazione la notizia della morte dell’architetto
Paolo Portoghesi. Come un vero "paese di trovatelli" (espressione di Montanelli) non si riesce a leggerne un commento degno.
Personalmente lo conobbi col sindaco Ezio Cerqua nel 1997 quando si tentò una rivalutazione dell’architettura di Guidonia Montecelio. Dopo pochi tentativi ottenemmo l’appuntamento nella sua casa romana, vicino all’Aventino. Ci accolse con fraternità, nonostante non lo avessimo conosciuto prima. Molto curioso di ascoltare i nostri propositi e ancor più attento su quelle che erano le concrete possibilità di dare smalto una stagione illuminante per l’architettura mondiale quale fu il razionalismo, nello specifico il razionalismo in Italia ma ancor più per quello che ci interessava il razionalismo a Guidonia.
L’idea era
non solo quella di un recupero funzionale e dello smantellamento delle
super-fetazioni che si erano cumulate negli anni (gli impianti di
condizionamento dell’aria in evidenza, la scritta orrenda "Comune di Guidonia
M.celio" che il sindaco Filippo Lippiello ebbe il buon gusto di smantellare ‘sua
sponte’). C’era molto di più. C’era il tentativo di ridare a quella piazza e
alle abitazioni destinate ai soldati e ufficiali dell’Aeronautica militare il
loro senso d’incanto originario. Trasformare Guidonia nel luogo meraviglioso
che è, ma ancora solo in potenza, non in atto.
Portoghesi
era la persona giusta perché la sua dedizione all’arte degli ambienti
urbanistici era totale ed esistenzialmente dedicata. Il riferimento al Post
Modern e all’accezione di genialità a
cui prima ci si riferiva è diretta proprio alla capacità di saper tradurre
quella che dai primi anni Ottanta era La Tendenza Fondamentale del Momento in
atto materiato, immantinente. Visibile nei luoghi dove si vive.
L’insegnamento
di Jean Francois Lyotard per cui superare il senso della narrazione dell’attuale
dando una metafisica moderna, doveva significare l’affermazione dell’assoluta
autenticità del senziente e della capacità di trasporla nel mondo.
Infischiandosene, quindi, se quanto prodotto non rispondeva al conforme alla
natura o a una stile, come diversamente si era fatto finora. Nel post moderno c’era
il trionfo della soggettività del senziente, l’affermazione della sua
originalità e quindi indipendenza da contaminazioni e tendenze.
“Tutto
questo è molto bello”. Tutta un’altra cosa riprodurlo in una grande struttura o
nel disegno di un pezzo di metropoli.
La grandezza di Portoghesi consiste in questo. La Casa Baldi (1959), la moschea di Roma: in cui si immagina la fatica dell’architetto nel voler strappare qualcosa di sua a dettami richiesti per onorare una tradizione indiscutibile. Si ricordano i complessi residenziali dell’Enel di Tarquinia, l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila, il teatro di Catanzaro. Onorò con la sua firma anche Oltralpe. A Berlino con le residenze, a Montpellier coi giardini, a Mosca con uno spicchio di Occidente in realtà vissute dai turisti come gli alberghi e i fast food. E ancora la moschea a Strasburgo.
In ogni
opera, in Italia o all’estero, c’è la costante presenza di un uso quasi divertito e
funzionale della tecnologia. Si evita accuratamente di farne un mito. 'Se
sussiste - e praticamente utile - deve servire ad esprimere meglio la personalità dell’ideatore'.
Ma questi deve porsi come l’interprete del nietzscheano che: trasforma il così fu
per affermare sempre, costantemente, il così volli che fosse.
Affermare
ciò ha bisogno di un ambiente. Una condizione per esprimere il costante
incompiuto presente in ciascuno di noi. Così come per qualsiasi grande artista
è l’ideazione dei suoi incompiuti. E anche per Portoghesi non potrebbe essere
diversamente.